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Siccome ero stanca della pubblicità, ho trasferito il mio bloggherello su un altra piattaforma - per la precisione su Blogspot. Aggiornate i link! Come vedrete, non è cambiato assolutamente nulla: troverete la stessa grafica e tutti i vecchi post (o quasi: ho cancellato quelli inutili...). Coraggio, venite a trovarmi nella mia nuova casetta virtuale! :) | |
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 A. Hacker, And there was a great cry in Egypt
E se io cucissi qui, con punti larghi, o fissandoli con semplici spilli, tutti i ricordi di te e le storie che inventavamo, sulle note di Offenbach - se scegliessi le parole migliori, quelle con una voce forte e inflessibile e usassi i colori della terra e della pioggia grigia di questo marzo per dipingere la tua musica e le tue risate e se raccontassi, a chi legge, gli stratagemmi e le ali di paglia che usavamo per volare alti sopra il quartiere… non servirebbe a nulla. Quando chiuderai la porta, lasciandomi fuori ad aspettare per chissà quanto, non servirà a nulla. (Addio, cantastorie...) | |
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Sembra impossibile che faccia così freddo. Sono morti due dei ciclamini che avevo in cortile - quelli più esposti alle intemperie - a causa del gelo delle ultime nottate. Anche i fiori di Ecate possono morire... Per quello che mi riguarda, visti i rigori del Generale Inverno, approfitto di questi giorni di "vacanza forzata" (il mio contratto di lavoro presso il Comune verrà rinnovato solo a partire dal 7 gennaio) per restare chiusa in casa, a osservare la galaverna sulle piante, dalla finestra del soggiorno. Coltivo l'arte pericolosa della pigrizia, facendo tanti buoni propositi per i giorni di sole - quando arriveranno. Dopo le feste, poi, lavorerò solo mezza giornata. La nota dolente è che anche lo stipendio sarà dimezzato; quella positiva è che avrò più tempo libero per stare con i miei animali, per seguire la casa, leggere, scrivere e aiutare Cri nella gestione della sua attività. Non so quanto tempo potrà durare questo menage: ho bisogno di uno stipendio intero e quindi ricomincerò a portare in giro il mio curriculum, nella speranza di trovare presto un posto meglio remunerato. Proverò ancora con le supplenze: potrei integrarne una a tempo pieno (ammesso di trovare una cattedra disponibile in zona) con i due corsi che tengo al sabato... Si vedrà. Non ci sarà comunque nulla di definitivo e di immediato; non a breve distanza almeno. Intanto, ho ricominciato a studiare: ho intenzione di preparare un lavoro insieme a mio padre, sul vampirismo e sulle proprietà rigeneratrici del sangue. Dobbiamo tradurre un buon numero di testi, poi potremo iniziare la ricerca vera e propria. Naturalmente ci sarà posto anche per le striges, che non di rado utilizzavano il sangue nei loro "inciarmi". Insomma, cerco di mantenermi attiva e curiosa; di non abbandonarmi alla fascinazione molesta del "sopravvivere a ogni costo", alimentando di continuo la mente insieme al corpo, lo spirito di pari passo col senso pratico. Anche quando fuori la terra è gelata e le ragnatele bianche di brina intessono ricami lungo le travi del portico... | |
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«La Nature est un temple où de vivants piliers Laissent parfois sortir de confuses paroles; L’homme y passe à travers des forêts de symboles Qui l’observent avec des regards familiars. Comme de long échos qui de loin se confondent Dans une ténébreuse et profonde unité, Vaste comme la nuit et comme la clarté, Les pafums, les couleurs et les sons se répondent. Il est des parfums frais comme des chairs d’enfants, Doux comme del hautbois, verts comme les prairies, - Et d’autres, corrompus, riches et triomphants, Ayant l’expansion des choses infinies, Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens, Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.»
Charles Baudelaire, Correspondences Lei chiama, giorno dopo giorno. Non può farne a meno - così come la maggior parte degli Uomini non può fare a meno di ignorarLa. Coloro che non odono e che non sanno sono morti mentre respirano, rinnovano la fine ad ogni alba e ad ogni amplesso. Chi ascolta, chi riesce a udire, oltre il frastuono, la voce della Signora che chiama (fra lo stormire delle foglie e l'abbaiare dei cani alla Luna, nel silenzio greve dell'inverno e nelle serate tiepide di primavera, lungo i sentieri che si perdono nei boschi, a ridosso delle colline, dove donne bizzarre calcavano la polvere a piedi nudi, borbottando preghiere e maledizioni, parlando col vento, danzando con i conigli) invece, vedrà schiudersi di fronte al proprio sguardo incredulo la Foresta dei Simboli, dei Richiami, delle immagini che si ripetono, degli echi che sfidano il tempo e i secoli. Non vi è mai capitato di sentirvi predestinate. Non vi è mai capitato di sentire (e sapere) che il sangue caldo che vi scorre nelle vene è antico quanto la Terra - e forte, come la Terra. E' linfa, il vostro sangue; e ha un corso impetuoso, che vi trasporta indietro, giù, lungo le radici dell'Albero, simile a un torrente in piena, capace di spezzare gli argini e travolgere la piccolezza del quotidiano. Siete più che donne. Siete streghe. Avete cavalcato folli nelle notti d'agosto, sulla groppa di un grosso gatto o di un montone. Se aprite il palmo e vi annusate la mano, potete ancora sentire l'odore del pelo del vostro famiglio. Gli animali, sì. Loro conoscono e vedono. Condividono con noi un segreto vecchio quanto il mondo: me lo ripeto ogni volta che, nelle serate di equinozio o di solstizio, il gatto mi chiede con insistenza di uscire e il cane fa avanti e indietro, inquieto, davanti alla porta d'ingresso. La sentono camminare per la campagna, col suo strascico di polvere. Quando posso La seguo. Quando ho troppo freddo (o troppa paura) mi limito ad ascoltarne i racconti. A volte sono gli alberi a sussurrare in Sua vece. Altre volte è il fuoco, che al contempo mi ammonisce e aspetta sempre che io torni a casa - in ogni senso. Altre ancora il Suo canto è nel vento, nella nebbia che attraverso la mattina, nel barbagianni che si solleva in volo di colpo, nella notte, illuminato dalla luce della mia torcia. Ascolto il suo grido, gli rispondo col silenzio. Vado alla ricerca di segnali, di indizi, symbola: ogni volta che ne raccolgo uno, sul mio sentiero, si rafforzano la mia convinzione e la mia appartenenza, la mia testardaggine da melagrana. | |
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Pochi giorni fa, una mia collega, parlando di un torto da lei stessa subìto e per il quale dovrà ricorrere a vie legali, ha detto: «Ho trovato un avvocato civilista bravissimo, specializzato nelle cause intentate dai soggetti più deboli, come le donne sole...». Io non mi sono mai sentita un "soggetto debole"; né in passato, quando ero effettivamente sola, né oggi, che ho un compagno. Non hai mai preteso di essere difesa da nessuno, perciò oggi non lo chiedo a *lui*. Rivendico per me la testardaggine di tante donne, lontane nel tempo o nello spazio. Rivendico la forza di quelle donne-streghe che a lungo hanno lottato, passando alla storia - oppure smarrendosi nell'oblio della memoria.
Oggi non è stata una bella giornata. Nonostante la positività con cui avevo cominciato ad affrontare il freddo dell'inverno, questa mattina mi sono arrivate due brutte notizie - di quelle che tolgono il fiato. Non starò a dilungarmi, non voglio assomigliare a un romanzo di Dickens: la parte dell'eroina lacrimevole non mi si addice. Dico solo che potevo aspettarmelo: il periodo che va da Calenda alla Candelora ha sempre avuto per me un sapore nefasto. E' come se le tenebre tentassero di soffocarmi: ogni anno la stessa sensazione di angoscia. Devo affrontarla a muso duro, se voglio uscirne.
Ecco, allora, che quella forza tutta femminile, magica, stregonesca
(quella forza che ho sempre saputo di possedere e che, tutto sommato, è il lato buono del mio carattere bizzoso)
torna a essere utile - indispensabile per sopravvivere.
Non so essere diversa, non so essere altro che questo fascio di nervi pronto allo scatto. Verso qualche lacrima, ma non mi dichiaro sconfitta. Non lo farò ancora per molti anni. Fino a quando non dirò, come oggi ha detto mio nonno: «Sono stanca di essere stanca». Fino ad allora tenderò forte le mie mani e le braccia, per far diradare le tenebre; e riderò, canterò, farò ironia a voce alta, per rendere meno intollerabile il peso del silenzio.
E' una promessa. | |
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Sono molto stanca, in questo periodo. Le giornate brevi, la nebbia che sale fin dalle prime ore del mattino e che trasforma il paesaggio in un limbo, uscire di casa col buio e tornare che è ancora più buio - e freddo. Sarà per questo che al mattino faccio sempre più fatica ad alzarmi e che la sera andrei volentieri a letto alle nove, se solo non dovessi preparare la cena e mangiare. Sarà per questo che mi è sempre più difficile occuparmi delle mie passioni: la scrittura, lo studio, la gestione del sito e del blog... Sono latitante e inaffidabile, me ne rendo conto; ma confido che andrà meglio con la bella stagione. Del resto, la primavera non ha mai deluso le mie aspettative. (E ci penso spesso, in queste giornate di neve e di gelo, al sole d'aprile, alle colline assolate, al profumo dell'erba e della terra rigogliosa... Ci penso più di quanto sia ragionevole fare, rischiando di ammalarmi di nostalgia.)
Eppure... Eppure sono grata, a questa stanchezza e a tutti gli impegni di lavoro cui sono costretta a tener fede (adesso, mi sono arrivati altri due contratti: uno per il biennio integrato e uno per l'apprendimento dell'italiano da parte di studenti extracomunitari: così, lavorerò anche il sabato mattina): perché in questo modo la mia mente è impegnata e non bada troppo al Generale Inverno e alla malinconia che ha sempre suscitato in me. Non ho tempo, per la tristezza. E va benissimo così.
E poi quest'anno mi sembra che vada decisamente meglio: questo sarà il primo Natale che io e *lui* trascorriamo insieme nella nostra casa e mi sono scoperta più serena di quanto non fossi in passato. Questa mattina ho persino acquistato alcune decorazioni per il nostro nuovo albero... Decisamente insolito, da parte mia. - Categoria:canidia
- Musica:Fiorella Mannoia, "Il movimento del dare"
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Domani partirò per la Sicilia. Tornerò la prossima settimana. Nel frattempo, vi affido blog, sito e forum. A risentirci presto! | |
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Ti nutro con chicchi di melograno perché torni a sanguinare il mio grembo e a tremare la terra al ripetersi ossessionato delle mie lacrime.
Sono io la Grande Malata io la donna che non può più sentire dolore... (E.M.) S. Dalì, Le rose sanguinanti (1930) 
(Lo aspetto, questo Equinozio, con un'ansia che mai ho provato - per nessuna delle Feste dell'Oscurità. Una parte di me acclama la Rinascita, nel buio e nel silenzio - com'è stato all'inizio. L'altra parte, al contrario, recalcitra impaurita, smarrita di fronte alle inezie del quotidiano, del futuro, di "Ciò Che Deve Essere Programmato". Ma io so che sarà la prima ad avere la meglio - una volta tanto.) | |
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Sono tornata a casa già da parecchio, ma mi sono mancati il tempo e la voglia di scrivere su queste pagine. Le montagne erano meravigliose e io e Cri ci siamo comportati da coscienziosi viandanti. Del resto, arrampicarsi lungo i sentieri d'alta quota, per poi giungere - con quel particolare sobbalzo al cuore - alla meta tanto ambita sono sensazioni che valgono la pena di faticare, di sentire le gambe indolenzite e la pelle bruciare al sole. In più, durante il soggiorno in Valle d'Aosta, ho raccolto parecchi racconti e leggende, che sto trascrivendo in questi giorni sul mio quadernetto (e sul sito). Storie di vallate infestate da spiriti malevoli, di streghe più o meno pericolose, di animali bizzarri e lupi mannari. Nonostante la vicinanza geografica, sono molto diverse da quelle piemontesi: vi si leggono l'asperità della terra e la rigidità dei lunghi inverni, il freddo della notte, le insidie dei sentieri scoscesi. Ci pensavo la sera, passeggiando lungo il torrente: quelli erano i luoghi del loup garu, delle fate bizzose capaci di tramutarsi in serpenti... Fino al secolo scorso, fino a soli cinquant'anni fa, la popolazione del luogo era ancora completamente immersa in questo mondo aspro e magico al tempo stesso. Ora, invece, non sappiamo più ascoltare, non sappiamo più meravigliarci, non sappiamo più trattenere il fiato sospeso per un fruscìo nella notte... Il Gran Paradiso visto dai casolari dell'Herbetet (foto di Canidia) Il ritorno alla vita quotidiana è stato meno riposante di quel che mi aspettassi: avevo creduto di poter fare ancora qualche giorno di vacanza prima di tornare al lavoro, invece io e Cri abbiamo finito per metterci a tinteggiare le due facciate di casa. Un lavoro faticoso, ma necessario. Non ne potevamo più dell'intonaco che sfioriva e dei ragni che si ostinanavano a fare il nido sopra la nostra porta d'ingresso. La Casa dei Ranocchi ha cambiato faccia, assomiglia sempre meno a una vecchia bisbetica e inizia ad apprezzare la vivacità dei colori e la fragranza dei fiori. L'ho sempre detto io, che era solo questione di tempo... Il primo di settembre ho ricominciato a lavorare. Sono sempre in Comune, con un nuovo contratto valido per ben trenta giorni, che forse verrà rinnovato fino a Natale. La vita dei precari è avventurosa e io cerco di non pensarci troppo visto che, oltretutto, il 17 di questo mese mi laureo. Cerco di non pensare troppo neppure a questo, altrimenti rischio di affogare. Ma, certo, a volte ci penso. Appena appena, quel tanto che basta per restare agganciata alla realtà. Per tanti anni l'argomento "università" è stato il tasto debole, il nervo scoperto da non stuzzicare. E adesso... Adesso la laurea. La fine dell'università e di tutti i miei patemi. Che fossi testarda lo sapevo; ma senza Cri (senza la sua fiducia incessante nelle mie possibilità: a tutti i costi e senza mai vacillare...) non ce l'avrei mai fatta. Che cosa cambierà, dal 17 settembre? Nella mia vita poco o nulla. Ma nella mia testa sarà una gran baldoria. | |
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