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Ecate, magna mater Ubi paterna Monas est. Ampliata est Monas, quæ due generat.Duitas enim apud hunc sedet, et intellectualibus fulget sectionibus. Et gubernare cuncta, et ordinare quodcunque non ordinatum. Toto enim mundo lucet Trias, cujus Monas est princeps. Principium omnis sectionis hic est ordo, In tria namque Mens dixit Patris secari omnia, Cujus voluntas annuit, et jam omnia secta suere. In tria namque dixit Mens patris æterni, Mente omnia gubernans. Et apparuerunt in ipsa Virtus et Sapientia, Et Multiscia Veritas. Hinc fluit Triadis vultus ante essentiam, Non primam, sed eam quæ mensuratur. Principiis tribus hisce capias servire cuncta. * * * * Et fons fontium, et fontium conctorum. Matrix continens cuncta. Inde affatim exilit generatio multivariæ materiæ. Inde tractus prester exilis ignis flos, Mundorum indens cavitatibus. Omnia namque inde. Incipit deorsum tendere radios admirandos. (Oracoli Caldaici - Versione latina.) | |
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I culti misterici si svolgevano in Attica sempre di notte, durante la luna calante. Nella tenebra più completa, quindi - densa come solo la notte dell'antichità lontana (priva dell'abbaglio che caratterizza i moderni centri abitati) poteva essere. Il termine "mistero" deriva da mùstes, "iniziato" e dal verbo muéo, "iniziare". Quest'ultimo, a sua volta, deriva da mùo, " chiudere gli occhi". La connessione fra conoscenza e cecità, impossibilità a vedere, è fin da subito evidente. Gli iniziati ai Misteri Eleusini nella notte chiudevano gli occhi: così incominciava il loro viaggio, a ritroso nell'interiorità e avanti, verso la dimensione dell' ou-topia, di ciò che non può essere compreso, se non pagando un prezzo molto alto: la vista umana. Oper your eyes, di © Scott Austin Sono ciechi infatti i grandi sapienti, i poeti in-vasati, ciechi gli indovini. Per i Greci, la conoscenza passa attraverso lo sguardo e lo trasfigura. Chi vuole conoscere (e vedere) resta abbagliato, irrimediabilmente. E' una cicatrice, un marchio impresso nella retina. Per questo, secondo Esiodo, i rituali misterici sono «terribili a vedersi» ( Le Opere e i Giorni, 756). E per questo Pindaro scrive: Felice chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio dato da Zeus. (Fr. 137) La dimensione femminile "ctonia", generatrice e distruttrice (alfa e omega), è la verità che non può essere svelata, se non in determinate circostanze. In questo senso il gesto simbolico del "chiudere gli occhi" da parte dell'iniziato (gesto che richiama da vicino, in un ripetersi devoto, l'atto di indossare il velo compiuto da Ctonie, nel mito raccontato nel post precedente) risulta particolarmente significativo: è l' incipit che apre la strada, il cammino circolare che conduce alla risoluzione - e dunque la fine. | |
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Racconta un mito arcaico tramandato da Feracide che Zàs (= Zeus) e Ctonie celebrarono le loro nozze e che, nel giorno del loro sposalizio, Zàs regalò alla dea un grande velo, su cui erano ricamati la Terra e l'Oceano, invitandola a indossarlo. Ctonie accettò e si coprì col manto. Il gesto di Ctonie, il suo velarsi allo sguardo del mondo creato è l'unico modo per fare conoscere agli uomini ciò che per natura è inconoscibile. Zàs sposa Ctonie, dea terrena - o, meglio, sotterranea - che, dopo aver ricevuto il dono del marito, diventa semplicemente Gea, la Terra, la superficie, che tutti possono vedere e comprendere. La profondità invisibile di Ctonie è la verità delle cose, che possiamo leggere [solo] attraverso il velo di Zàs. (R. Peregalli, La corazza ricamata - I Greci e l'invisibile, Bompiani, Milano 2008, p. 34).  Marina Abramovic, The treeL'uomo, in quanto tale, non può che osservare la superficie delle cose e limitarsi a intuire la dimensione abissale del divino. Divino che è un principio non ascrivibile al cielo o alla luminosità rassicurante di un compenso promesso ( paradisiaco), bensì all'oscurità sotterranea della mater edax - principio che divora, tritura, inghiotte per poi rigenerare. La verità di Ctonie (e della donna, in generale, se si pensa con quanto sforzo e tenacia gli uomini abbiano, nei secoli, tentato di opprimere, domare, addomersticare le loro compagne di vita) è troppo grande e terribile, per essere accettato. E così il sottosuolo si trasforma nella terra prolifica, la dea potente (che richiede un tributo di sangue, per poter generare ancora e ancora) trasfigurata nella solare dea delle messi. Ctonie (unica dea) è l'abisso che si spalanca, di fronte alla fragilità umana. E' la vagina dentata, il volto nero, la danza sfrenata... L'uomo non può fissarne il volto meduseo, pena la morte. Per questo Ctonie si copre, affinché i figli nati dalla sua unione col Cielo possano intuire, se non possedere. | |
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Lucio è giunto da poco tempo in Tessaglia, terra di streghe, ed è affascinato dal mistero e dalla magia che ogni anfratto del paese sembra sprigionare. Arrivato infine alla città di Ipata, dopo aver trascorso una parte del viaggio ad ascoltare racconti di stregonerie e sortilegi, ha l'impressione che tutto, nelle vie del centro abitato, risuoni di una voce incantata. Tratto dal II libro delle Metamorfosi, è uno dei passi più suggestivi e "moderni" del romanzo di Apuleio, che tratteggia in poche righe un quadro surreale e carico di malìa. Franz Von Stuck, L'assassino
E così non c'era niente che io vedessi in quella città che mi sembrasse essere ciò che in effetti era: mi pareva invece che tutte le cose, ma proprio tutte, fossero state mutate in un'altra forma da un qualche lugubre sussurro e perciò, ad esempio, i sassi in cui inciampavo fossero degli uomini cambiati in pietra, e che gli uccelli che sentivo fossero uomini che allo stesso modo si erano ricoperti di penne, e gli alberi che circondavano il pomerio [1], ugualmente, uomini che avevano messo le foglie, e che le acque delle fontane scaturissero in realtà da corpi di uomini. Ero arrivato al punto di aspettarmi che le statue e i ritratti si mettessero a camminare e i muri a parlare, e che i buoi e altri animali simili si mettessero a fare predizioni, e che persino dal cielo e dal disco del sole piovesse all'improvviso qualche oracolo. [1] Pomerium: fascia di terreno consacrato che correva lungo l'esterno e l'interno delle mura cittadine, sulla quale non era possibile costruire né coltivare. (Apuleio, Le metamorfosi, trad. it. di Lara Nicolini, BUR, Milano 2005) | |
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Dea osca (gli Oschi erano una popolazione pre-romana, che occupava il territorio dell’attuale Campania) della guarigione, a metà strada fra la divinità vera e propria e la maga. Poteva uccidere i serpenti con il solo tocco della mano e i suoi rimedi contro il morso di queste creature erano infallibili. Il suo nome deriverebbe proprio da questa sua peculiarità: anguis, in latino, significa per l’appunto “serpente”. Le notizie mitologiche sul suo conto sono veramente esigue. E’ probabile che i Romani la identificassero con Bona Dea. Silio Italico, nelle sue Punicae, così ne parla: Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve.Da notare che l’immagine della fattucchiera potente, capace di dominare con le proprie arti perfino gli astri è un topos ricorrente nella letteratura greco-latina. William Smith, nel suo Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology ipotizza che la prima origine di questa divinità sia da rintracciare in Grecia: Angizia sarebbe stato il nome dato dai Marsi (popolazione italica che viveva nella zona del lago Fucino, in Abruzzo) a Medea. Il santuario di Angizia era collocato sulle rive della Conca del Fucino: gli abitanti della zona, secondo la tradizione, avrebbero ereditato dalla "magadea" la capacità di produrre ottimi antidoti contro il veleno dei serpenti. Trovate una bella descrizione del posto e delle sue atmosfere qui. | |
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Il fenomeno del pellegrinaggio ci è noto soprattutto per ciò che concerne la religione cristiana. Ma che cosa fu il pellegrinaggio in epoca greco-romana?L'immagine del pellegrino intesa come persona umile e devota, alla ricerca delle corpo santo (tipica del cristianesimo), è estranea al mondo classico. La religione classica è locale (ogni comunità possiede il suo Dio-eroe di riferimento, legato al territorio della comunità stessa, di cui difficilmente valica i confini) e questo influisce sul concetto stesso di pellegrinaggio: difficilmente, infatti, si tratta di un "pellegrinaggio sostitutivo" o ideale. Il fenomeno è tuttavia attestato sia nella società greca sia in quella romana: il pellegrinaggio può essere individuale (rappresentanti di comunità che si recano in altre città o villaggi; a volte anche per ricorrenze familiari: ad esempio, i bambini venivano condotti a Delfi per il loro primo taglio di capelli) o di massa (l'esempio più illustre è senza dubbio Delfi; ma anche Olimpia, con i suoi giochi, a partire dal VI secolo fu meta di raduni importanti, come lo era Delo). Il santuario di DelfiImportanti sono inoltre i pellegrinaggi oracolari, necessari quando ci si accingeva a compiere imprese importanti. Il più famoso centro oracolare era il già citato Delfi; ma anche Claro e Mileto godevano di una certa notorietà. Altri santuari erano misterici: qui potevano accedere agli spazi sacri solo gli iniziati (Locri, Eleusi). Vi erano poi i santuari della salute, come quello del dio della medicina Asclepio a Coo, che richiedevano pellegrinaggi frequenti, anche nei giorni in cui non si festeggiava la divinità protettrice. Nel mondo romano il pellegrinaggio era attestato nell'area di Susa, dove si svolgeva una processione collettiva. Ovidio ricorda l'usanza di legare nastri (simili agli ex-voto cristiani) in prossimità dei santuari. Nonostante il viaggio (a dispetto dell'efficiente rete di strade romana) fosse, all'epoca, una vera e propria impresa, presso i Romani così come presso i Greci non è comunque il cammino - l'iter - ad avere una valenza religiosa, come avviene pertanto nel cristianesimo. Il percorso non è purificazione: erano fondamentali, invece, l'arrivo al luogo di culto e la partecipazione alle cerimonie collettive.Fonte: Dott.ssa Anna Ferrari, Università del Piemonte Orientale "A. Avogadro", nel corso del convegno La bisaccia del pellegrino - fra evocazione e memoria, tenutosi a Casale Monferrato, Moncalvo e Torino (giornata IV, venerdì 5 ottobre 2007). ( Questo e il precedente articolo sono stati pubblicati anche su Il Cerchio del Frassino.) | |
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 Rodolfo Fantuzzi (1779-1832), I Misteri Eleusini
( Sul blog di Narciso si è parlato di recente della necessità di conoscere, nel vero senso della parole, i miti e le usanze dei popoli antichi, senza abbandonarsi al "sentito dire" o alle voci effimere che girano sul web. Ecco il perché di questo post e di altri che verranno, che pubblicherò in categorie che - ahimé - troppo spesso dimentico o non ho il tempo di aggiornare...) Eleusi era una città e demo dell'Attica, a ovest di Atene, con la quale era unita per mezzo della Via Sacra. I Misteri erano aperti a tutti, anche alle donne e agli schiavi e, sostanzialmente, erano imperniati sul ciclo della rigenerazione: sesso, morte e rinascita, che nel mito vengono rievocati col racconto di Persefone rapida da Ades e a lungo ricercata dalla madre Demetra. Coloro che desideravano diventare iniziati erano presentati al sacerdote dal mistagogo, un cittadino ateniese già iniziato. Se la richiesta era accolta, gli aspiranti iniziati potevano partecipare ai Piccoli Misteri, celebrati ad Agre (sobborgo di Atene) nel mese di Febbraio ( Antesterione): in questa occasione avveniva il rito di purificazione nelle acque dell'Ilisso. In questo modo i candidati diventavano "misti". Il 13° giorno di Boedromione (settembre) avevano inizio i Grandi Misteri: gli efebi si recavano ad Eleusi a prendere gli hiera (oggetti sacri sul conto dei quali sappiamo ben poco), che venivano portati ad Atene con grandi festeggiamenti. Il 16 settembre avveniva una nuova purificazione dei "misti", questa volta nel mare, e veniva sacrifica un maiale da latte. Il 17 e il 18 settembre si svolgevano le Epidaurie, dedicate ad Asclepio, con nuove purificazioni e altri sacrifici. Il 19 settembre una processione riconduceva gli hiera a Eleusi, lungo la Via Sacra. L'atmosfera, in quest'occasione, era molto gioiosa, allietata da canti e danze. Si giungeva ad Eleusi di sera, alla luce delle fiaccole. Il 21, 22, 23 settembre, infine, aveva luogo la parte segreta dei Misteri. La regola era che "le cose viste, dette e compiute" durante il cerimoniale non dovessero mai essere rivelate. I Greci si attennero scrupolosamente a questo imperativo e, per questo, su quanto avvenisse durante la celebrazione sappiamo ben poco: molto probabilmente veniva mimata la storia di Demetra e Persefone, in una specie di rievocazione catartica. M. Vegetti annota: «E' possibile che la radice più remota della religiosità misterica risieda nei festival preistorici di esorcismo della morte [...]» (1). Quel che è certo è che i Misteri di Demetra non rappresentano una rottura con la religione olimpica ufficiale: le cerimonie si svolgevano infatti nell'ambito della polis (che li organizzava, tutelava e amministrava) e agli iniziati non veniva richiesto uno stile di vita che li contrapponesse o li allontanasse dal resto della società. Quando parleremo dell'orfismo, si capirà per quale motivo questa distinzione sia particolarmente importante. Fonti:- Dizionario della civiltà greca Gremese-Larousse - (1) J.-P. Vernant (a cura di), L'uomo greco, Laterza, Bari 1991. | |
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E' la Sibilla di Eritre, figlia di Teodoro e di una Ninfa, ad essere identificata spesso con la Sibilla cumana, la veggente che accompagnò Enea nel suo viaggio agli Inferi. Così viene presentata all'eroe da Eleno (fratello di Cassandra, sopravvissuto alla rovina di Troia), nel III libro dell'Eneide:
Una volta giunto fino qui, quando ti sarai avvicinato alla città di Cuma, ai laghi divini e all’Averno che risuona delle sue foreste, vedrai un’indovina invasata, che dal profondo di una grotta predice i fati e affida alle foglie segni e parole. La vergine trascrive tutte le profezie sulle foglie, le dispone in ordine e le lascia chiuse nella caverna. In quel luogo e nella giusta sequenza rimangono immobili; ma non appena, fatto ruotare il cardine, entra un vento lieve e l’apertura della porta confonde le foglie leggere, mai, volteggianti nell’antro vuoto, ella si cura di modificarne la posizione e di collegare le parole dei vaticini. I visitatori se ne vanno senza aver ottenuto risposta e odiano la dimora della Sibilla. Qui non credere che sia per te una perdita di tempo - benché i compagni ti esortino a proseguire e la rotta reclami a forza le vele in alto mare e tu possa gonfiare le pieghe propizie - far visita all’indovina e implorarne con le preghiere il responso così che predica il futuro e di sua volontà liberi voce e parola.
(Vv. 441-457, traduzione mia.)
[Quello che vi ho proposto è un brano di particolare bellezza, che precede di tre libri l'entrata in scena vera e propria della Sibilla. Delicata e al tempo stesso angosciante l'immagine dei vaticini scritti sulle foglie e poi dispersi dalla lieve brezza di una porta socchiusa: per questo i visitatori detestano l'oracolo. Sibilla è "colei che vede" e perciò si colloca al di fuori dell'umana comprensione, oltre i limiti di questo mondo: non a caso sarà proprio lei, come già accennato, a far da guida a Enea nell'Oltretomba. Vi trascrivo il brano anche in lingua originale, con la giusta accentazione metrica: tanto per curiosità, qualora vogliate provare a leggere il ritmo armonioso dell'esametro latino:
Hùc ubi dèlatùs || Cymaè[am]accèsseris ùrbem dìvinòsque lacùs || et Avèrna sonàntia sìlvis, ìnsanàm || vat[em]àspiciès || quae rùpe sub ìma fàta canìt || foliìsque notàs et nòmina màndat. Quaècum[que]in foliìs || descrìpsit càrmina vìrgo, dìgerit ìn || numer[um]àt[que]àntro || seclùsa relìnquit. Illa manènt || immòta locìs || ne[que]ab òrdine cèdunt. Vèr[um]eadèm versò || tenuìs cum càrdine vèntus ìmpulit èt teneràs || turbàvit iànua fròndes, nùmquam dèinde cavò || volitàntia prèndere sàxo nèc revocàre sitùs || aut iùngere càrmina cùrat. Inconsùlt[i]abeùnt || sedèmque odère Sybìllae. Hìc tibi nè qua moraè || fuerìnt dispèndia tànti, quàmvis ìncrepitènt || soci[i]èt vi cùrsus in àltum vèla vocèt || possìsque sinùs || implère secùndos, quìn adeàs vatèm || precibùs[que]oràcula pòscas, ìpsa canàt || vocèmque volèns || at[que]òra resòlvat.
* Il simbolo "||" indica la cesura, ovvero una pausa nella lettura del verso.] | |
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